Blog – Io, tu, gli RPG e Bioware

Non sono mai stato un’amante degli RPG, GdR, giochi di ruolo o come preferite chiamarli. O meglio: sono sempre stati una categoria di giochi che mi affascinavano per il setting, l’atmosfera, la storia che il molte delle volte proponevano, ma quando arrivava il momento “pad alla mano” niente, non ce la facevo proprio, le meccaniche, il sistema di combattimento, la personalizzazione del personaggio, la grossa mole di dialoghi e risposte non riuscivo proprio a farmele andare giù, frenandomi così da tutto quell’entusiasmo con il quale partivo e non riuscendo a portare a termine neanche un titolo. Adesso, facendo una doverosa premessa: con RPG, GdR non intendo quelli “vecchia scuola” come ad esempio un Baldur’s Gate, il recente Pillars of Eternity o non so, Final Fantasy VII che sono titoli che mi piacciono un casino ma che, per vari motivi – come ad esempio non avere un PC da gaming – gioco meno di quello che vorrei, ma la mia classificazione di RPG in questo post è da associare più che altro a quel ramo action del genere, come ad esempio Fallout o The Elder Scrolls per citarne alcuni. Scrivo allora questo post per raccontarvi la mia esperienza con il quale, in maniera inaspettata, è sbocciato l’amore tra me e questo genere prima odiato.

Le origini:
Comincio con il dire che nel bel mezzo di una giornata di saldi sul PSN, mi sono trovato una quantità spropositata di titoli in sconto tra cui due delle saghe più apprezzate degli ultimi anni: che prendono il nome di Dragon Age e Mass Effect. Vuoi che quando vedo roba a meno di 5€ mi prende come una crisi alla quale non riesco a resistere all’acquisto, vuoi che erano titoli che volevo impegnarmi a giocare da un bel po’ – nonostante in passato c’avessi già provato con esiti abbastanza negativi – ecco che ho messo a segno un bel poker acquistando Dragon Age: OriginsDragon Age II e i primi due Mass Effect – il terzo lo avevo già ricevuto con il PS Plus. Da lì è allora cominciata la mia avventura nel mondo degli RPG con il piccolo, semplice dettaglio che stavolta, sorprendentemente, il primo impatto non è stato così traumatico come ricordavo, e che mi ha lanciato così in due intensi mesi nel quale ho letteralmente amato e divorato le due saghe sopracitate. Di seguito quelle che leggerete saranno come delle piccole recensioni delle singole saghe di Dragon Age e Mass Effect e con pensieri vari sparsi qua e là.

Dragon Age:
Partendo allora cronologicamente da quello che ho giocato prima, Dragon Age è stato un titolo che ho voluto fortemente cominciare dato che la presentazione dell’ultimo capitolo, Inquisition, ha creato in me parecchio interesse con però il leggero “fastidio” di doverlo giocare – eventualmente – un giorno senza avere tutti quei approfondimenti, collegamenti, citazioni che si sarebbero potuti cogliere avendo giocato ai precedenti capitoli. Ecco quindi che armato di buona volontà mi sono immerso nel fantastico regno del Ferelden, creando un’affascinante PG femmina dalla chioma bionda con il quale avrei successivamente respinto il Flagello o almeno, ci avrei provato. La caratteristica più interessante di Dragon Age: Origins, e che verrà successivamente stravolta nel sequel, è sicuramente il sistema di combattimento che, data la difficoltà di alcune situazioni, invoglia a usare la “pausa tattica” con il quale si mette appunto in pausa l’ambiente dove sta avvenendo lo scontro e ciò permette di analizzare per bene l’area e selezionare gli attacchi più adatti a vincere la battaglia. Una caratteristica che certo: dipende molto dal “come si gioca” dato che a difficoltà inferiori la si può del tutto evitare, ma che personalmente ho apprezzato nonostante prediliga in genere un approccio più action.

Desiderio di un approccio più action che viene esaudito dall’uscita del sequel, Dragon Age II. Titolo che ha completamente spaccato pubblico e critica proprio per lo stravolgimento del combact system che da GdR lo ha fatto diventare un action a tutti gli effetti. Adesso, sorvolando su tutta questa vicenda dove a causa di gusti personali ho preferito senza ombra di dubbio il gameplay del secondo Dragon Age, c’è da dire che Dragon Age II non è inferiore al primo capitolo per via del nuovo sistema di combattimento, ma è proprio inferiore perché ha una storia ridicola. Il primo Dragon Age era ispiratissimo dal punto di vista narrativo, con una storia che prendeva, personaggi “cazzuti” e con dei bivi narrativi che facevano realmente pesare le scelte che si effettuavano, sia da un punto di vista del mondo di gioco che proprio emotivamente nel giocatore. Questo non solo non accade in Dragon Age II, ma il secondo capitolo offre proprio una storia banale e con un’impostazione del racconto di Varris a Cassandra che risulta debole e tedioso, per non parlare del fatto di come in un gioco che si chiama “Dragon Age” – escludendo dei draghetti rompipalle e un qualche drago secondario – i draghi non abbiano la minima rilevanza in questo sequel.

Per il resto il mio cammino nel mondo di Dragon Age è stata un’esperienza che mi ha completamente rapito nonostante gli alti e i bassi, e nonostante un’ottimizzazione del gioco in versione PS3 che, nel primo capitolo, è stata una vera piaga. Gioco che anche in fasi non concitate andava a tipo cinque frame al secondo, e che ha raggiunto “l’apice” nella battaglia finale dove il gioco andava praticamente a rallentatore. Una battaglia ingiocabile che sono riuscito a superare solo per l’oscuro motivo – probabilmente un bug – dove il drago e i nemici hanno smesso di attaccarmi e quindi ho potuto uccidere il drago in tutta tranquillità. Riguardo invece Dragon Age II il discorso è ben diverso, per praticamente il 90% del gioco il frame rate è rimasto ancorato a 30FPS, con una differenza abissale rispetto a Origins per quanto riguarda fluidità e miglioramento grafico nei PG, particellari, ambienti e nel sistema delle quest secondarie, anche se per tutto il gioco c’è stato un constante tearing che sulla lunga ha portato un po’ di fastidio.

Mass Effect:
Passando invece alla saga di Mass Effect, oltre ad imbattermi in problematiche molto analoghe a Dragon Age per quanto riguarda l’ottimizzazione del gioco su PS3 – ma di questo ne parlerò più avanti – ho potuto per il resto apprezzare nuovamente la struttura narrativa che contraddistingue Bioware, e constatare soprattutto come la software house canadese non riesca a mantenere un gameplay, non dico uguale, ma che comunque segua la struttura inaugurata nel primo capitolo. Difatti laddove Dragon Age II aveva snaturato il primo capitolo, in maniera similare ciò avviene nella trilogia di Mass Effect. Dove il primo capitolo si presenta come un TPS action RPG, senza munizioni basandosi su un sistema di surriscaldamento delle armi e con un controllo del personaggio e attacchi corpo a corpo macchinosi, e che nei successivi capitoli si tenta di migliorare, limare con il risultato però di sfornare un titolo molto più orientato all’action e che mette in secondo piano la componente RPG, nonostante sarebbe stato più coerente marcarla visto la direzione “meno umana” nel quale vira il protagonista. Un cambiamento che si nota in Mass Effect 2 in piccole cose come la rimozione del surriscaldamento delle armi e introducendo le munizioni che, presenti in quantità spropositata, semplificano il titolo potendo sparare qua e là senza preoccuparsi di finirle, e che non riesce a ovviare a quei problemi nella gestione del personaggio che continua ad essere macchinoso nei movimenti e con attacchi corpo a corpo piuttosto elementari che vanno così ad offrire un ibrido tra le due cose che non è né carne né pesce – per dirla terra terra.

Per quanto riguarda invece gli aspetti narrativi del gioco, devo ammettere di come i Mass Effect rispetto ai Dragon Age mi abbiano rapito dal primo all’ultimo capitolo, con un unico, singolo apice che prende il nome di Mass Effect 2. Difatti per quanto abbia apprezzato la serie – il tutto rafforzato dal fatto che negli ultimi periodi ho sviluppato una passione per la fantascienza – l’amore, l’angoscia, la tristezza che ho provato nei confronti del secondo capitolo sono un qualcosa che in un videogioco non mi accadevano da tanto tempo. Nello specifico se il primo capitolo aveva quell’effetto novità assoluto che lo ha portato ad avere il successo che tutti noi conosciamo, il compito del secondo non era semplicemente quello di continuare la linea narrativa del primo capitolo, ma bensì di espandere a dismisura l’universo di Mass Effect. Questo non solo avviene in Mass Effect 2, ma il titolo riesce a riprendere i vecchi personaggi, introducendone di nuovi, ma in una maniera così curata dove ciascuno di loro ha una personalità e una storia così ben definita e costruita, che ci fa appunto affezionare dal primo all’ultimo PG – positivamente o negativamente. Non sorprende infatti che proprio il capitolo che ho giocato di più è stato il due, con la famosa “Missione Suicida” che mi ha costretto a dover fare così tante missioni secondarie – raramente ne faccio – per migliorare armi, navi e l’affiatamento con il team, proprio per cercare di fare sopravvivere tutti o la maggior parte in questa difficile missione finale – mi mancherai Jack <3. Un legame così vivo con i personaggi che, personalmente, non si è replicato nel terzo capitolo. Un capitolo maestoso, immenso ma che secondo me pecca proprio nella caratterizzazione dei personaggi che era uno degli elementi più riusciti dei due precedenti capitoli.

Mass Effect 3 che ho trovato il capitolo più spettacolare dal punto di vista visivo con una grafica che come in Dragon Age ha fatto salti da gigante di capitolo in capitolo, e che nel terzo capitolo propone i paesaggi più epici, belli da vedere, maestosi che restituiscono la sensazione di immensità che si avrebbe vivendo negli scenari dell’universo di Mass Effect. Battaglie che vengono inscenate in maniera spettacolare e che vengono accompagnate da un’ottimizzazione abbastanza decente laddove i primi capitoli, soprattutto il primo, soffrivano di parecchi e fastidiosi cali di frame. Per quanto riguarda il resto invece, come detto precedentemente, Mass Effect 3 non mi ha fatto impazzire narrativamente parlando, con personaggi poco carismatici e dettagliati, e con una storia che soprattutto nel finale – con morti a go go – che non dà la reale sensazione di poter evitare determinate situazioni con le nostre scelte, risultando abbastanza guidato. Un finale che però mi ha soddisfatto – ho giocato con la Directo’rs Cut installata – e che nel complesso mi ha fato godere di un titolo apprezzabile, non un capolavoro – ma la trilogia sì –  ma che comunque non ha alterato la mia voglia di addentrarmi nuovamente al più presto nell’universo di Mass Effect.

Il futuro:
In futuro dopo una necessaria pausa dagli RPG sennò si rischia di stagnarsi solo su un genere, ho già in cantiere di cominciarmi Kingdoms of Amalur: Reckoning, gioco pubblicato da EA nel 2012 e che da molti come combact system e approccio action misto a elementi ruolistici è giudicato un punto di riferimento. Effettivamente giocandoci un paio di orette ho potuto costatare la bontà di tutto ciò, mescolato a un mondo e a una storia che a primo impatto non mi è sembrata affatto male, tuttavia essendo un gioco sul quale bisogna spenderci davvero tante ore su ho preferito accantonarlo per il momento e riprenderlo più avanti quando avrò nuovamente fame di questo genere di giochi. Per quanto riguarda invece ciò che sto giocando, mi sono da poco immerso e sto amando alla follia Borderlands. Un gioco sorprendentemente divertente e appagante anche per uno come me che non è propriamente un amante degli sparatutto, ma che comunque mi ha fatto divertire tantissimo con il primo capitolo giocato di gran gusto e adesso consolidare il tutto con il secondo capitolo – grazie Plus! Riguardo sempre Borderlands oltre a citarlo per il semplice fatto che lo sto effettivamente giocando, lo menziono in questo paragrafo perché come modalità di gioco è effettivamente non solo uno sparatutto ma anche un action RPG bello sostanzioso. Difatti il gioco fa scegliere ad inizio avventura una delle diverse classi di personaggio presenti e poi da lì si presenta con il classico sistema di quest di un GDR con missioni primarie e secondarie e punti esperienza da racimolare e spendere successivamente nell’albero delle abilità del personaggio. Grande personalizzazione delle armi, delle difese e di tutti quegli aspetti modificabili – anche se l’avere un sistema di generazione casuale di oggetti, che permette di generare circa 17 milioni di armi differenti variando di volta in volta i numerosi parametri di cui esse sono dotate (danni, velocità di fuoco, precisione, colore, effetti elementali aggiuntivi), il più delle volte porta a lunghe pause solo per equipaggiare i migliori armamenti e fare spazio nello zaino – ma tutto sommato è una qualità peculiare che si fa apprezzare per la maggior parte della durata. Tutto questo applicato a uno stile grafico in cel-shading molto accattivante e che si adatta davvero bene al tipo e mondo di gioco sempre irriverente, divertente e che non si prende mai troppo sul serio, regalando così un titolo che è un vero piacere da giocare.

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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