Recensione – Game Of Thrones 5×09 “The Dance of Dragons”

Trama:
Stannis affronta una decisione difficile. Jon fa ritorno alla Barriera. Mace visita la Banca di Ferro di Braavos. Arya incontra qualcuno che appartiene al suo passato. Dany assiste a malincuore a una tradizionale celebrazione.

“La danza dei draghi”, mai come prima d’ora un titolo di un episodio era stato così emblematico e significativo nelle stagioni di GoT. Un titolo che si pensa sia un semplice riferimento cartaceo al libro scritto da George R.R Martin ma che in realtà, minuto dopo minuto, dimostra come il titolo abbia un significato molto più radicato e importante di quello che ci si aspetta. Parole, racconti quelli della “Danza dei Draghi” che non solo vanno a offrire delle retrospettive interessanti e intelligenti, ma uniscono due continenti così lontani con un parallelismo che lascia lì increduli. Il nono episodio di Game of Thrones è l’ennesimo nono episodio super della serie, un numero che negli anni è sempre stato sinonimo di sconvolgenti eventi o di epiche battaglie ma, visto che la battaglia l’abbiamo avuta la scorsa settimana (qui la recensione), ecco che la penultima uscita di questa quinta stagione propone – come teoria voleva: un anno morti, un anno battaglia – delle morti di un certo spessore ma soprattutto di un certo valore sentimentale andando così a inanellare un altro eccellente episodio dopo un inizio di stagione tentennante.

L’episodio comincia con l’accampamento di Stannis in preda alle fiamme. Un avvenimento causato da Melisandre, Signore della Luce o chicchessia e che mette Stannis con le spalle al muro dovendo affrontare una dura decisione. Proprio all’accampamento di Stannis, nello specifico nella tenda di sua figlia Shireen, si consuma gran parte di questo nono episodio di Game of Thrones che esalta come mai fatto prima questo piccolo tenero personaggio. Shireen non è solo protagonista di un sacrificio da parte del padre disposto a tutto per il Trono di Spade, ma la piccola Baratheon riesce a dare tantissimo spessore a scene che senza di lei non avrebbero avuto senso. La prima di queste scene, nonché quella più toccante, vede Shireen interagire con il caro Davos, come un suo secondo padre.

Scena toccante anche alla luce delle percezioni che si hanno su Shireen, rafforzate da un Liam Cunningham che interpreta Davos con sempre grande maestria e sentimentalismo. Ma questo primo scambio non è solo importante per il futuro di Shireen stessa, ma è importante nel mondo generale di Game of Thrones proprio a causa della principessa che racconta a Davos del libro che sta leggendo: “La Danza dei Draghi”. Racconto questo della lotta tra Rhaenyra Targaryen e il suo fratellastro, Aegon, per il controllo dei Sette Regni che si approfondisce successivamente quando Stannis va a trovare la figlia e che, quando si pensa che sia solo un elemento circoscritto a quelle sequenze, ecco che in realtà sul finire di puntata si riaggancia prepotentemente alla “Danza di Daenerys”. Per quanto riguarda invece il sacrificio – io preferisco definirla uccisione – di Shireen, la scena è sì toccante, crudele e quel che si voglia, ma secondo me paga un po’ il fatto di aver dato spessore a Shireen un tantino troppo tardi. Momento della puntata comunque altissimo, inutile nascondere come adesso la massima attenzione sia nei confronti della reazione di Ser Davos che, mandato a recapitare un messaggio al Castello Nero, al suo ritorno si troverà dinnanzi all’orribile scenario di un padre che ha scarificato/ucciso la figlia per ascendere al Trono di Spade.

Soffermandomi brevemente su altro, hanno delle piccole apparizioni in questa puntata anche Jon Snow e Jaime Lannister. Il primo fa ritorno alla Barriera dopo la battaglia della scorsa settimana, una sequenza che non ha chissà quale scopo se non quello di mostrare Jon che attraversa la Barriera con i Bruti e che continua a inquadrare, insistentemente, il personaggio di Olly che – secondo me – svolgerà un qualche ruolo chiave nella fazione dei Guardiani che odiano i Bruti. Passando invece a Jaime a Dorne, se da una parte si decide di far “rincasare” Myrcella Baratheon con accanto il suo promesso Trystane ad Approdo del re e con i relativi benefici che ne conseguono, più divertente è la scena con al centro lo scarceramento di Bronn, affrontato con un dilettevole siparietto che tanto si addice allo stile sempre irriverente del suo personaggio. Spazio anche per Arya intenta a proseguire la propria missione dell’Uomo Magro. Sequenza quella dedicata alla ragazzina di casa Stark che assume però tutt’altro valore quando a Braavos sbarcano Mace Tyrell ma soprattutto Meryn Trant, uno degli uomini sulla lista di Arya. Meryn che in passato è stato protagonista dello scontro con il Maestro di Spade di Arya, nonché uomo sempre accanto ai Lannister dai tempi dell’uccisione di Eddark Stark, che adesso segnerà con molta probabilità una deviazione nel cammino di Arya che adesso si trova con una grandissima occasione tra le mani per cancellare un altro nome dalla propria lista.

Ciò che comunque colpisce, sconvolge e che fa fare un salto di grandissima qualità e spessore all’episodio, è la sequenza ambientata a Meereen dove finalmente si dà inizio ai Grandi Giochi. Sequenza inscenata in maniera spettacolare, che rende giustizia all’importanza che si pone in un evento di tale portata e che qui grazie a scelte oculate riesce a sorprendere, non risultare banale e regalare un nono episodio dignitosissimo. Nello specifico toccante, ansioso è ciò che riguarda il momento in cui Jorah entra a far parte dei giochi, un elemento che era stato già anticipato la scorsa settimana e che qui tiene perennemente sulle spine proprio a causa della grandissima paura di dover dire addio al suo personaggio.

Difatti per quanto si potesse ipotizzare una sorta di morte per Jorah in concomitanza del perdono da parte di Daenerys, c’era un elemento che lasciava piuttosto tranquilli: il fatto che Jorah era stato contagiato dal Morbo Grigio e che quindi non aveva molto senso fargli contrarre il morbo per poi farlo crepare in battaglia. Quindi ragionando un momento se la non morte di Jorah è una non sorpresa, ma comunque un elemento di grandissimo conforto, il vero climax della puntata nove sta nell’attacco delle Arpie alla Regina Daenerys durante i giochi. Un elemento a cui personalmente non pensavo proprio e che, nonostante sia più debole rispetto ai precedenti episodi numero nove, bisogna dire come abbia regalato un finale di una certa carica. Finale che segna l’uscita di scena piuttosto prevedibile di Hizdahr Zo Loraq, l’attesa pace tra Daenerys e Jorah, ma sopratutto l’altrettanto prevedibile arrivo di Drogo a salvare Dany e compagnia da una situazione ormai disperata. Nonostante comunque la prevedibilità di fondo, vedere Drogo fa sempre il suo effetto, Emilia Clarke è sempre bravissima a trasmettere l’amore che prova Daenerys nei confronti dei suo draghi e lo scambio con Drogo è uno dei momenti più alti e intensi dell’episodio che raggiungono la loro forma più completa nel momento in cui Daneerys decide di “Danzare con il proprio drago” e apre così degli scenari tutti nuovi per il continente non solo orientale, ma sopratutto per quello occidentale: alla conquista del Trono di Spade.

Commento:
Il nono episodio di Game of Thrones è probabilmente l’episodio nove più “debole” delle cinque stagioni, rimanendo comunque l’episodio tra i più pregevoli di questa stagione e conferma i grandi valori produttivi della serie. Episodio dagli eventi ricchi e dalle toccanti dipartite, a partire da Stannis trasformato in un mostro con l’uccisione di Shireen, per passare a momenti più leggeri come quelli a Dorne, ad altri che riguardano Arya che sono ancora avvolti nel mistero. Un episodio estremamente lineare che propone le varie sequenze in maniera contenuta e ordinata, ma che poi sul finale ha il classico colpo da “scena nove” nella serie che, nonostante non sia paragonabile agli scorsi anni, regala un finale tutto da seguire e che culmina in maniera eccellente nel primo volo di Daenerys con Drogo nella sua danza dei draghi.

Giudizio Finale:

Fantastico
9

Voto

9.0/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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