Recensione – The Walking Dead 9 (mid-season)

Trama:
Un anno e mezzo dalla fine della guerra contro i salvatori, Alexandria sotto la guida di Rick prospera. Maggie è diventata la leader di Hilltop. Daryl gestisce il Santuario. Re Ezekiel insieme a Carol guidano il Regno.

Cast:
Andrew Lincoln, Normal Reedus, Lauren Cohan, Danai Gurira, Melissa McBride, Jeffrey Dean Morgan, Jon Bernthal, Eleanor Matsuura, Dan Fogler, Cooper Andrews, Nadia Hilker, Lauren Ridloff, Cailey Fleming, Sydney Park, Kerry Cahill, Nicole Barré, Traci Dinwiddie e Kenric Green.

La nona stagione di The Walking Dead è stata pubblicizzata, probabilmente per arginare il calo qualitativo e di ascolti, come “gli ultimi episodi di Rick Grimes”. Questa scelta in realtà ha avuto l’effetto contrario, in quanto The Walking Dead come show televisivo è ormai compromesso da una formula narrativa fallimentare perdurata negli ultimi anni, e che così facendo ha rivelato uno dei pochi aspetti inediti dello show, togliendo un effetto sorpresa che ne avrebbe invece giovato su tutta la linea – ma comunque nei limiti. Fatto sta che più che l’uscita di scena di Rick Grimes, un arrivederci visto che in maniera molto furba il personaggio è stato fatto uscire dalla serie collocandolo ad altre produzioni, come: un film televisivo già annunciato che ne vada a continuare l’arco narrativo; la nona stagione di The Walking Dead è una bella stagione di rottura col passato grazie, e soprattutto, a una star che non recita ma che dietro le quinte ha preso le redini di uno show ormai stantio, dandogli nuova vita: ovvero Angela Kang. Angela Kang, storica story editor della serie sin dalla seconda stagione, e che in questa nona è subentrata come showrunner a Scott M. Gimple, lo showrunner dietro le stagioni più deludenti della serie e che ne hanno segnato un declino sempre più inevitabile. Diciamo allora che la Kang difficilmente avrebbe potuto peggiorare la situazione in cui si trovava (e si trova) The Walking Dead, ma è sorprendente vedere che, piuttosto che prendere quello di Gimple come un punto di riferimento e su cui proseguire, abbia capito i problemi dando alla serie una direzione tutta nuova, un nuovo inizio a tutti gli effetti, peccato appunto che una scelta così rinfrescante sia avvenuta troppo tardi, non risollevando lo show da un punto di vista degli ascolti – che alla fine sono i dati più importanti.

Nona stagione di The Walking Dead che è ambientata un anno e mezzo dopo la sconfitta di Negan. Salto temporale che colpisce prima ancora che dal punto narrativo da quello estetico, e che imprime sin da subito la direzione sul quale ha voluto puntare la Kang. La benzina comincia a scarseggiare, le persone si muovono a cavallo, la vegetazione prende il sopravvento, gli zombie cambiano aspetto e i personaggi crescono/invecchiano. Il mondo di The Walking Dead si è trasformato facendo finalmente respirare quell’aria da mondo post apocalisse-zombie. Decisione azzeccata su tutta la linea che offre un punto di vista inedito, interessante e che, di conseguenza, restituisce maggiore interesse nel vedere cosa avrà in serbo questo “nuovo” mondo per i nostri protagonisti. Estetica nuova così come la componente narrativa che colpisce, in positivo, dalla primissima puntata, con un modo nuovo di approcciarsi alla storia, ai personaggi e alle varie situazione che ne scaturiscono. Nello specifico, laddove negli anni siamo stati abituati a intere puntate cliffhanger o focalizzate su un ristretto numero di personaggi, che puntualmente non apparivano nell’episodio successivo, ritrovandoli solo in seguito e creando una fastidiosa frammentazione narrativa, questa nona stagione cambia completamente registro – vuoi per coincidenza con il punto della storia raggiunto o per un’effettiva scelta – andandoli a raggruppare in grossi gruppi in cui, chi più chi meno, appare nell’episodio senza porsi l’interrogativo di: “dove li abbiamo lasciati?”. Una scelta oculata, molto attenta, e che insieme all’estetica nuova restituisce più la sensazione di essere davanti a un reboot che a una nuova stagione.

Sensazione generale che viene ampliata ulteriormente con l’uscita di scena di Rick Grimes. Personaggio interpretato da Andrew Lincoln, entrato ormai nell’immaginario collettivo televisivo (e non) con un ruolo iconico a tutti gli effetti e che, con il suo abbandono alla serie madre, segna un profondo solco tra ciò che era prima The Walking Dead e ciò che è adesso. Difatti la sua scomparsa, anticipata largamente con degli episodi di preparazione – comunque molto gradevoli – che rivelano aspetti interessanti su ogni personaggio dando spessore, culmina in un quinto episodio banale – perché oggettivamente ciò che ha portato Rick a “morire” è banale e ci sarebbero stati momenti e luoghi migliori – ma che ha dalla sua tutta una costruzione, una drammaticità, una carica emotiva dietro grazie a Lincoln, a cui non si può restare impassibili. Episodio che chiude il suo ciclo nella serie, e che allo stesso tempo ne inizia un altro (senza di lui) con un salto temporale ancora più ampio di quello di inizio stagione: ben sei anni dopo.

I tre episodi conclusivi del primo tronco della nona stagione di The Walking Dead mettono così in scena, a tutti gli effetti, il reboot di cui si faceva menzione poco più sopra: sono trascorsi sei anni dalla scomparsa di Rick e ciascun personaggio è cambiato, è andato avanti, cercando di dare il meglio di sé per le rispettive comunità. Salto temporale che, analogamente all’inizio stagione, stravolge tutto, non limitandosi da un punto di vista estetico come ad esempio Carol con i capelli lunghi – pessima – o una Judith Grimes cresciuta e che ne riserverà sicuramente delle belle, ma lo fa introducendo tutta una serie di nuovi personaggi che, nonostante sia ancora presto per potersi esprimere nel dettaglio, sono sembrati piuttosto azzeccati, ben delineati e carismatici. Il gruppo inedito, salvato da Judith che sembra essere un mix pazzesco di Rick, Carl, Shane, Michonne e Lori, è composto da Magna, Yumiko, Connie, Kelly e Luke. Personaggi completamente differenti dove ognuno di loro ha una qualche caratteristica dominante e complementare all’interno del gruppo, e che gli ha permesso di sopravvivere tutto questo tempo lì fuori. Gruppo che si integra molto bene nella serie, e che funge da deus ex machina per giustificare l’uscita di scena di Lauren Cohan (che ritornerà) e per l’introduzione, seppur in maniera distaccata, alla nuova minaccia della serie: i Sussurratori.

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Prima metà di stagione che, volutamente, non ha all’interno un cattivo con il quale scontarsi e sopravvivere, anche perché dopo lo splendido arco narrativo di Negan è giusto creare una certo clima più “rilassato”, e che inscena così situazioni di pericolo causate da zombie, fattori esterni o una sorta di “guerra civile” tra i personaggi più importanti, ma senza dare mai la reale sensazione di crederci o farci temere davvero per la dipartita di qualche personaggio. Ecco allora che, come per Rick, in questa prima metà di stagione si spiana la strada per introdurre coloro che saranno la nuova minaccia nella serie, i Sussurratori, e il ritorno in grande stile di Negan dopo anni di prigionia. I Sussurratori, che sono un un gruppo di sopravvissuti che uccide, scuoia e indossa la pelle degli zombie così da mascherare il loro odore, confondersi e muoversi liberamente (il loro nome deriva dal fatto che per comunicare sussurrano tra di loro imitando il suono degli zombie), danno sul finale di metà stagione un primo assaggio di ciò di cui sono capaci (uccidendo Jesus), nonché sono la perfetta rappresentazione del nuovo percorso che si è voluto intraprendere: con uno stile serioso, cupo e horror come non si vedeva da tempo. Scena finale in un cimitero nebbioso che è uno dei momenti più alti della serie, nel quale brilla la costruzione narrativa e scenica, andando a creare un momento ansiogeno che culmina in un tristissimo epilogo per Jesus, che era un personaggio che stava cominciando ad emergere e sul quale si necessitava una gestione e una cura del tutto diversa, ma che nel suo triste destino segna un momento, un nuovo approccio più “horror” che si spera venga proseguito nella seconda metà di stagione.

Commento:
La nona stagione di The Walking Dead, sotto la guida di Angela Kang, trova nuova linfa riportando prepotentemente la serie agli antichi fasti di un tempo. Una prima metà di stagione paragonabile più a un reboot: con uno stile estetico completamente nuovo, un approccio narrativo fresco e tanti nuovi personaggi pronti a dire la loro. Primo blocco di episodi pregno di contenuti, che saluta in maniera furba (ma drammatica) il personaggio di Andrew Lincoln e che reintroduce nella serie un’impronta horror con i Sussurratori che sembrano destinati a sovvertire completamente gli equilibri dei personaggi.

Giudizio Finale:

Ottimo
8.3

Cast

8.3/10

Regia

8.4/10

Sceneggiatura

8.0/10

Montaggio

8.5/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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