Recensione – Roma

Trama:
I turbolenti anni ’70 in Città del Messico attraverso le vicende della domestica mixteca Cleo, che lavora per una piccola famiglia borghese nel quartiere Roma. Una famiglia guidata da Sofia, madre di quattro figli, che deve fare i conti con l’assenza del marito, mentre Cleo affronta una notizia devastante che rischia di distrarla dal prendersi cura dei bambini di Sofia, che lei ama come se fossero i propri.

Cast:
Marina de Tavira, Yalitza Aparicio e Nancy García García

Si rimane spaesati da ciò che è riuscito a fare Alfonso Cuarón con Roma, film vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia, uno dei maggiori contendenti agli Oscar 2019, e protagonista di una guerra ‘uscita nelle sale’ contro ‘streaming’ che ne ha accompagnato la produzione e uscita – vincendo su tutta la linea insieme a Netflix che ne ha distribuito l’ambito progetto. Difatti Roma, che su Netflix (e alcune sale) è uscito il 14 dicembre 2018, è il classico esempio di un film in cui le persone dietro sono personalità intelligente e lungimiranti, essendo usciti a dar valore, risonanza e riscontro a un film che, probabilmente, qualora fosse uscito solo al cinema, nella più classica delle distribuzioni, avrebbe avuto un pubblico di gran lunga più ristretto – e ancora di meno sarebbero stati quelli rimasti soddisfatti. Così invece ha un sapore del tutto diverso, un click ed ecco che Roma ha un pubblico composto da milioni di spettatori, interessati o meno, e che ne usufruiscono nelle maniere più disparate (smartphone, tablet, TV o PC). Lungi dal fare discorsi sul perché tutto ciò sia “futuristico”, un bene per il cinema e per i film d’autore – se un film è bello, rimane bello ovunque, la parte più difficile è portare alla luce progetti più di nicchia – Roma è un film ambizioso, ma che non riesce a soddisfare e sostenere il peso delle ricche premesse.

Roma mette in mostra le vicende di una famiglia messicana altolocata che vive a Città del Messico, quartiere Colonia Roma, negli anni ’70, e lo fa attraverso gli occhi di Cleo, domestica della casa di Sofia, suo marito Antonio, i quattro figli, la madre di Sofia, Teresa e Adela, l’altra cameriera. Proprio Cleo è il punto di contatto e la rappresentazione del regista Cuarón, che con Roma torna a dirigere nella sua città natia dopo Y tu mamá también, e da regista, sceneggiatore, produttore e addetto alla fotografia, realizza un film altamente biografico e autoreferenziale. Il problema più grande di Roma è però dettato dal fatto che Cuarón fa più un film per piacere suo, per sé stesso, che per reale intrattenimento. Un grosso, immenso, esercizio di stile che ne fa di Roma un film tecnicamente ineccepibile: regia, montaggio e fotografia che sono inappuntabili; ma che non riesce ad avere quella coesione, quel silenzio assordante, quella sinteticità che lo aveva fatto esplodere completamente nel 2013 con Gravity – per quanto siano film completamente differenti. Roma è così un film lungo, pesante, che si fa al modello felliniano compiacendosi dall’inizio alla fine, troppo.

Roma il cui danno non è tanto il suo stile artistico che vuole fare passare anche un primissimo piano dell’acqua che finisce nel sifone come arte, perché ci può anche stare vista l’impronta del progetto, ma è un film non riuscito narrativamente perché non riesce a far convergere le diverse storie, i diversi parallelismi, verso un punto comune e di contatto, laddove Cleo è l’unico elemento che cerca di chiarirci ciò – e neanche tanto bene. Cleo è colei che ripercorre la storia di Cuarón in questo film, è la rappresentazione del regista che scandisce la narrazione su diversi piani che sono quelli dell’abbandono del padre, la sua infanzia e l’amore per la sua città. Tutti elementi che si ritrovano nella pellicola, che è però pretestuosa nella sua messinscena asciutta, che non spiega nulla, che dà per scontato che ci si arrivi soli, quando in realtà uno che non conosce il background di Cuarón difficilmente capirebbe il senso dell’intero film. Roma che è sì un ritratto intimo e toccante di una storia vera, narrata intelligentemente con le vicende di questa famiglia, il finale poi si dirama in diverse scene (scontri, parto e mare) potentissime emotivamente e scenicamente – tra i momenti migliori e più riusciti del film – ma che non riuscendo a farle fondere tra loro, appare come un film dalle tante belle scene scollegate, che perde il senso della sua natura in una totalità che ci riempie gli occhi di questo bianco e nero, di questa regia e di tanti altri tecnicismi, tentando di sviarci dalle mancanze che lo vanno a settare lontanissimo dal reale obiettivo narrativo che si era prefissato.

Commento:
Roma, più che un film, è un grandissimo esercizio di stile: fotografia, montaggio, regia, bianco e nero tanto felliniano, ineccepibili nella loro realizzazione e resa. Il problema è la storia, troppo autoreferenziale e che Cuarón gira per sé stesso. Lungo, pesante e che non riesce a far convogliare nello stesso punto i principali parallelismi con la sua di storia: la sua vita. Un film che ha sì un finale diramato in diversi momenti fortissimi e carichi emotivamente ma, ecco, nel 2013 con Gravity era riuscito a costruire un qualcosa di gran lunga più intimo, fruibile e potente nel suo assordante silenzio e nella sua sinteticità.

Giudizio Finale

Sufficiente
6.4

Cast

8.0/10

Regia

9.7/10

Sceneggiatura

3.0/10

Montaggio

4.5/10

Colonna Sonora

7.0/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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