Recensione – Game Of Thrones: The Last Watch

Trama:
Un documentario ambientato sui set della serie durante le riprese dell’ultima stagione, e che rivela tutte le sfide affrontate per far prendere vita al mondo di Westeros.

Realizzato in collaborazione con la documentarista britannica Jeanie Finlay, che ha avuto modo di seguire per un lungo anno sul set tutto il processo che ha portato alla realizzazione dell’ultima stagione di Game Of Thrones, nasce The Last Watch, un addio sentito e dovuto a una serie che ha segnato profondamente l’ultimo decennio televisivo mondiale. Il documentario scava nel fango e nel sangue andando a rivelare tutte le sconfitte, trionfi e sfide con il quale la troupe e il cast ha dovuto fronteggiare per dar vita a questa attesa stagione finale, andando però, al contempo, ad omaggiare lo show nella sua interezza, ai suoi interpreti e a tutta la simbologia e iconicità che si è portata dietro dandogli il congedo che tanto si meritava. The Last Watch è il migliore elemento di Game Of Thrones dopo le due discutibili stagioni conclusive, due ore di making of che offrono un punto di vista inedito e che, nonostante avrebbe potuto avere un approccio più “tecnico e serioso”, risulta essere soddisfacente e riuscito nella sua resa finale.

Il making of va così svelando retroscena e dettagli inediti di tutta la preparazione alla stagione finale – e delle stagioni passate. Si passa dalle reazioni del cast durante la lettura delle ultime sceneggiature – uno dei momenti più emozionanti – a svariate interviste agli addetti al trucco, stuntman, personaggi minori, registi, produttori e tutti coloro che hanno contribuito a costruite il mito di Game Of Thrones. Per certi versi il documentario più che andarsi a focalizzare sulla grandezza della serie, sembra voler essere un lungo omaggio a tutti i lavoratori dietro, dal più al meno noto, una scelta sì discutibile ma che, a conti fatti, riesce perfettamente (e molto bene) nell’obiettivo che si era prefissato. Si conoscono personaggi e persone del tutto sconosciute ma fondamentali per la riuscita dello show, come “Il Capo della NeveDel Reid che, come si evince dal nome, è stato responsabile in tutti questi anni di riempire i set di “neve”, una soluzione di carta e acqua molto più pratica da utilizzare invece della neve vera; oppure la leggendaria comparsa Andrew McClay, soldato di Casa Stark che ha partecipato alla stragrande maggioranza delle importanti battaglie fianco a fianco della sua casata, divenendo un meme vivente essendo sopravvissuto in qualsiasi occasione, una persona a cui viene dedicato ampio spazio nel documentario e che racconta aneddoti spassosissimi – come quello di quando partecipò per la prima volta a Game of Thrones e la sera prima la sua casa era andata bruciata in un incidente ma, non importava, perché sul set poteva pensare solo a Westeros – che dimostra una genuinità, un amore così viscerale per la serie a cui davvero non si può non volere bene.

Il documentario va così concentrandosi sui protagonisti “nell’ombra” della serie. Si passa dalle due personalità precedentemente citate, alla produttrice Bernadette Caulfield, a Deborah Riley (Art Director), Candice Banks (Hair Supervisor), Leigh McCrum (che gestisce un food truck) o infine a Sarah Gower (responsabile del reparto prostetico) che è tra le figure più centrali di questo speciale. Ciascuno di loro va ad approfondire e svelare retroscena sulla lavorazione dello show, ma allo stesso tempo funge da strumento per umanizzare – per certi versi – gli attori più noti mettendoli sotto una luce del tutto nuova. Sono tantissime le chicche che si vengono a scoprire: come il rapporto tra la Clarke e la sua parrucchiera per indossare la nota chioma bionda, che vedevano iniziare le loro giornate lavorative prima dell’alba; i sette mesi di lavorazione per ricostruire Approdo del Re nei set a Belfast; o la divertente McCrum che con il suo food truck sfamava migliaia di persone sparse tra gli sterminati set televisivi.

Sterminati set televisivi e lavorazione dura e faticosa che viene “denunciata” da Sarah Gower: una responsabile del reparto prostetico che viene utilizzata come tramite per mostrare le scadenze proibitive, la lontananza dalla famiglia e le condizioni climatiche estreme al quale troupe e attori sono stati sottoposti. Proprio riguardo ciò grande focus “tecnico” dell’episodio sono gli episodi diretti da David Nutter (primo, secondo e quarto), e le due grandi battaglie della stagione dirette da Sapochnik: quella del terzo episodio contro il Night King (qui), e quella del quinto episodio contro Cersei ad Approdo del Re (qui). Si scopre come ciascun attore non abbia girato le proprie scene in ordine cronologico, ma ad esempio l’ultima scena di Daenerys è quando la Madre dei Draghi si trova in un momento intimo insieme a Jon Snow; o viceversa l’ultima scena di Kit Harington è stata quella dello scontro con Verme Grigio una volta conquistata King’s Landing; oppure la scena finale del Re della Notte non è stata quella della sua morte, ma quella in cui viene disarcionato da Viserion e precipita nel vuoto. Sono piccoli dettagli, ma la lavorazione è così efficace da destare una certa curiosità e attenzione. Curiosità che viene del tutto appagata quando si vanno a trattare gli episodi di Sapochnik. Non tanto per il quinto episodio, maestoso nella costruzione fisica di Approdo del Re e per la successiva (e rapida) distruzione, ma per The Long Night che ha visto l’intera crew coinvolta in ben 55 giorni di riprese in notturna sotto il freddo, la neve, la pioggia, il fango e tutto ciò che ci poteva essere di avverso. Lavoro meticoloso che ha visto coinvolta anche Maisie Williams per girare la scena in cui uccide il Night King, una scena ripetuta più e più volte fino a quando il regista Miguel Sapochnik non si è ritenuto soddisfatto di quanto catturato dalle cineprese nei numerosi ciak. Lavoro apprezzabile che però, purtroppo, non si è tradotto in un successo di critica anzi, è uno degli episodi più divisori della serie all’interno di una stagione finale ancor di più criticata, ma alle volte per quanto un prodotto sia ben fatto, maestoso e strabuzzante nella sua realizzazione, a poco serve se dietro non ci sta una storia sensata e all’altezza che ne motivi le scelte e conseguenze.

Commento:
The Long Night è di gran lunga l’elemento più positivo di questa annata finale di Game Of Thrones. Uno speciale dall’approccio atipico e poco funzionale ai tecnicismi della serie – andandosi a focalizzare sotto quell’aspetto alla fine della puntata e solo sulle due grandi battaglie – ma che ciò nonostante riesce ad avere una sua quadratura che sfocia in una godibilità estremamente soddisfacente. Un documentario che ne fa degli uomini dietro le quinte i protagonisti. Una lunga esaltazione per coloro che hanno fatto sì che Il Trono di Spade diventasse il fenomeno culturale che tutti noi conosciamo, risultando il giusto approccio nel rendere merito a questi uomini e donne “giganti” che hanno sempre camminato di pari passo, anzi, di più, con la serie nonostante gli acciacchi e scelte discutibili non dipendenti da loro.

Giudizio Finale:

Ottimo
8.3

Voto

8.3/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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