Recensione – Galavant (Stagione 1)

Trama:
Quando l’eroico, affascinante e bellissimo Sir Galavant perde il suo vero amore, la bella Madalena, a causa delle ricchezze del malvagio Re Richard, cade nella disperazione più profonda e nell’alcolismo. Proprio quando il nostro eroe tocca il fondo, la principessa Isabella va alla ricerca di qualcuno che salvi il regno e sconfigga il villano Re Richard, dando l’opportunità a Galavant di rivendicare l’amata Madalena.

Cast:
Joshua Sasse, Timothy Omundson, Vinnie Jones, Mallory Jansen, Karen David e Luke Youngblood.

Galavant, serie ABC andata in onda durante lo hiatus invernale di Once Upon a Time, e che nasce con l’obiettivo specifico di dare una continuità fiabesca all’emittente americana, si propone sin dal primo momento come un prodotto promettente e interessante da seguire proprio grazie alla natura fiabesca/comedy/musicale che lo rende un prodotto fresco e inedito in questo panorama televisivo sempre più affollato, saturo di produzioni. Con una buona dose di aspettative ci si è così immersi nel fascinoso regno di Valencia, dove il “terribile” Re Richard ha imprigionato i genitori della principessa Isabella sottomettendo tutto il popolo con la bella Madalena, precedente amata del protagonista. Galavant comincia dunque con la più classiche delle formule fiabesche: eroe, cattivo e damigella in pericolo. Passa però ben poco che la nuova serie ABC riesce a rendere ben chiaro ciò che vuole proporre e rischiare con Galavant: una serie dai toni molto leggeri, divertenti, musicali, ma allo stesso tempo tremendamente distinta da un velo di sboccataggine e doppi sensi che rappresentano una novità assoluta in un contesto di questo genere e che, tirate un po’ le somme, sono gli elementi più riusciti dello show e che contribuiscono a quel successo che non ha – e non avrà – vita facile sotto il profilo degli ascolti. Estraniandoci però dal discorso ascolti, Galavant è una scommessa vinta dall’ABC per molteplici motivi e che, data la breve durata, rappresenta anche una gradevolissima alternativa per seguire un qualcosa di meno impegnativo e che regali risate di gran gusto. 

Lungi così dall’essere un prodotto perfetto, la serie ideata da Dan Fogelman debutta con un doppio episodio che convince, ma che al contempo mostra degli interrogativi e meccaniche che scricchiolano un po’ più del dovuto. Elementi sul quale si sarebbe potuto chiudere un occhio essendo i primi episodi di una nuova serie – e che quindi ha ancora tutto da dire – ma che d’altra parte desta una certa preoccupazione a causa della relativa breve durata della stagione (composta da soli otto episodi). Fortunatamente Galavant nel suo breve cammino mostra l’intelligenza di correggersi su alcune cose che non funzionano, ma in maniera del tutto sorprendente mette in luce come il problema principale della serie sia in realtà uno degli elementi più positivi. Difatti alla base di tutto questo, c’è il fatto di avere il “problema” che Galavant tutto sembra meno che il protagonista. Un problema messo tra virgolette perché l’eroe che fino al season finale si fatica a definire tale, né tanto meno viene trattato con particolare attenzione rispetto al resto degli interpreti, fa sì che Galavant metta in mostra uno degli altri aspetti più convincenti della serie: ovvero la caratterizzazione dei personaggi, tutti con una storia, identità e personalità per nulla banale e ben definita. Questo fatto di non avere un ruolo centrale nel prosieguo degli eventi – escludendo il pilot che, giustamente, dà moto alla storia – regala un prodotto dove tutti i personaggi sono apprezzabili, dove ognuno di essi si trova al posto giusto, con il tempo comico sempre azzeccato e che si intreccia in maniera riuscita ed interessante con la controparte “spalla”.

Di tutti questi personaggi sul quale può fare affidamento lo show, la parte senza ombra di dubbio più riuscita è quella che si svolge sul versante reale: ovvero al castello con questa corte variegata e atipica. Contraddistinta da personaggi esagerati, passa ben poco per capire come in realtà il fulcro della serie, quello che regala più soddisfazioni, risieda all’interno del castello di Valencia con tante identità diverse, ma che sulla lunga dimostrano come molta cura sia stata posta nel dargli personalità forti e credibili. A cominciare dal Chef “rachitico” Vincenzo (Darren Evans) che con il suo umorismo sottile, nero abbinato a quel fisico gracilino fa ridere anche solo alla vista; per passare alla guardia del corpo di Re Richard, Garret (Vinnie Jones) che dà un’interessante contrasto ruvido, da duro alla serie nonostante in fin dei conti dimostra di essere un tenerone; ed infine la dama Madalena (Mallory Jansen) che riesce ad essere tanto bella quanto odiosa per praticamente tutti gli otto episodi. Ognuno di loro, per un motivo o per un altro, regala grasse risate e ritmo alla serie, che con tante personalità diverse da delineare e fare emergere non concede un attimo di respiro o un qualche frangente più debole. A tutto questo va ad aggiungersi la vera star della serie, Re Richard, interpretato da un sontuoso Timothy Omundson che sin dalle prime battute oscura l’intero cast facendo convergere su di sé tutta l’attenzione. Un personaggio televisivo fantastico, un Re “bonaccione” che fa ridere a crepapelle e che intenerisce tantissimo quando la moglie Madalena lo prende in giro con doppi sensi che lui non riesce proprio a capire. Personaggio che domina in lungo e largo la prima stagione di Galavant, e che per questo non sorprende affatto la decisione di metterlo a fine stagione accanto a quello che sarebbe dovuto essere il protagonista della serie: Galavant, per una seconda stagione che promette grandissime risate con un duo che ha già abilmente dato grande prova della loro comicità e complicità.

Passando però alla musica, fondamentale nella serie essendo Galavant una comedy-musicale, una delle cose più divertenti di queste composizioni – sul quale c’erano grosse aspettative dato che l’autore è l’otto volte premio Oscar Alan Menken – è data da questi personaggi che hanno un’affascinante interazione con la musica stessa, dove molte delle volte si lamentano dell’ennesimo numero musicale del personaggio di turno, così come certe volte le canzoni stesse fanno riferimento alle puntate precedenti,  ai dati d’ascolto o sul fatto della non sicurezza sull’eventuale rinnovo della serie – rompendo completamente la quarta parete. Tutti aspetti che contribuiscono a fare di Galavant una serie dall’umorismo caratteristico, questo prendersi in giro da soli con elementi che sono più che altro contemporanei e non fiabeschi, e che vengono accompagnati da un Menken che offre dei brani sempre all’altezza, musicalmente ben arrangiati, piacevolissimi da ascoltare, con dei testi chiari e facili da ricordare, ma soprattutto con quel tocco di “sporco”, dall’umorismo sottile e che fa ridere sulle disgrazie che accadono, che alla fine è ciò che affascina di più della serie, oltre ad essere anche una caratteristica – fondamentale – riuscita in toto.

Commento:
Per chi si lamenta che in Once Upon a Time non si ha quella crescita, quel prodotto più maturo che dovrebbe coincidere con l’avanzamento delle stagioni, troverà casa in Galavant. Una serie musicalmente ben fatta in tutto e per tutto, con delle situazioni e un linguaggio quel poco sporco, sboccato e fatto di doppi sensi che basta a renderlo un prodotto unico. Il tutto accompagnato da un cast di interpreti che viene esaltato nella giusta maniera, dove Joshua Sasse non sembra il protagonista della storia con il suo Galavant ma, d’altra parte, Timothy Omundson con il suo Re Richard è semplicemente fantastico e ruba la scena in lungo e largo. Una serie sul quale c’erano molte perplessità sull’esigenza e sul cosa potesse offrire un’eventuale seconda stagione, ma che in realtà nel season finale ha scacciato via qualsiasi dubbio dando dimostrazione di come il mondo di Galavant abbia ancora molto da dire.

Giudizio Finale:

Ottimo
8.9

Cast

9.0/10

Regia

8.5/10

Sceneggiatura

8.5/10

Montaggio

8.9/10

Colonna Sonora

9.7/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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