Recensione – Wilfred (Stagione 4)

Trama:
Ryan cercherà di scoprire la verità dietro il “Gregge del Grigio Pastore”.

Cast:
Elijah Wood, Jason Gann, Fiona Gubelmann, Dorian Brown e Chris Klein.

Wilfred, creatura nata dalla mente di Jason Gann, Adam Zwar e David Zuckerman, basata sull’omonima serie televisiva australiana andata in onda dal 2007 al 2010, seppe riproporsi in maniera piuttosto riuscita in territorio statunitense, grazie a una sceneggiatura che ne cambiava in buona parte la trama, ma senza snaturare ciò che la serie era (e voleva) essere: uno show fuori dagli schemi, demenziale, per certi versi estremamente volgare, ma che all’interno aveva delle menti così geniali da riuscire ad operare su più livelli raggiungendo, il molte delle volte, tinte drammatiche che toccavano dentro lo spettatore con inaudita potenza. Sono passati ben quattro anni dalla prima messa in onda, e per quanto molti aspetti all’interno della serie risultino già visti o manchino di una certa freschezza iniziale, non si può di certo negare che Wilfred ne abbia fatta di strada. Questa quarta (e ultima) stagione, non è semplicemente quella che in soli dieci episodi deve dare risposte a misteri che si portano dietro da anni e anni, ma è anche quella che lo deve fare rischiando, rinnovando una formula ridondante e vetusta Un risultato non dei più riusciti e che offre una stagione altalenante, con scelte rivedibili e con un finale estremamente divisorio.

Per quanto Wilfred non sia mai stata infatti una serie che qualitativamente offriva un prodotto perfetto e imperdibile – ma a dire il vero neanche ci provava – ha avuto sin dal primissimo episodio un incipit ben definito, fresco e interessante in questo panorama televisivo saturo e che fatica a proporre qualcosa di nuovo. Proprio questo concept alla base ha fatto apprezzare una terza stagione con evidenti difetti, una trama che andava a parare nel misterioso, quasi fantascientifico, ma che alla fine era tutto ciò che si andava a cercare – e aspettare – da una serie come Wilfred. Tutti aspetti che si vanno a ritrovare in questa quarta stagione, che sotto questo profilo è piuttosto gradevole, ma che non sono ammissibili e lasciano scontenti a causa del suo essere la stagione finale. Una stagione che dovrebbe dare risposte ai troppi interrogativi accumulati, e che invece preferisce intrattenerci per gran parte degli episodi con tutto il suo dissacrante umorismo nero, senza senso che, si fa guardare piacevolmente, ma nell’ottica di una chiusura degna fa storcere parecchio il naso. Ecco allora che la quarta stagione si propone in tutta la sua mutevole natura, cominciando in maniera convincente ma facendo spazio ben presto a scelte alquanto difficili da giustificare. 

La stagione, dopo i primi due episodi che riprendono da vicino il cliffhanger della precedente e che ci illudono facendoci credere che sia stato fatto un certo lavoro dietro per offrire una storyline e un background solido per una degna chiusura di serie, in realtà ha i successivi episodi completamente scollegati dal filone narrativo principale. Puntate di cui si fatica a comprenderne l’utilità, e non perché siano estranee alla storia principale e senza senso, ma proprio per il fatto che questa quarta stagione è stata composta da soli dieci episodi e non si ha quindi chissà quale margine di manovra per approfondire aspetti estranei al centro della vicenda. Tale preoccupazione veniva inoltre rafforzata “grazie” a dei cliffhanger di fine puntata che praticamente non avevano una minima ripercussione sull’episodio successivo, ma venivano inseriti a caso, privi di qualsiasi senso logico. Così, dopo un alternarsi di puntate criptiche e alcune che per brevi fotogrammi andavano a riagganciarsi alla storia primaria, si arriva al doppio series finale che è la perfetta sintesi di questa stagione. Primo episodio che riporta in primo piano certi misteri e interrogativi dello show, andando ad approfondire il personaggio di Ryan (Elijah Wood) e il suo rapporto con Wilfred (Jason Gann), offrendo venti minuti ricchi di contenuti e tematiche, dall’impatto emotivo, scenico e di costruzione della storia che è come un colpo al cuore e che lascia ben sperare in generale per una degna conclusione di Wilfred, una conclusione in cui Ryan è pronto a voltare pagina senza la guida del cane. Una bella ipotesi che viene però fatta svanire e regredire in un secondo episodio finale che contraddistinguerà negativamente tutta la conclusione di Wilfred.

Viene infatti mostrato Ryan finalmente “in sé”, pronto a dare inizio a una nuova vita accanto a Jenna, che però al termine del penultimo episodio ritorna insieme a Drew, per la somma delusione di Ryan che viene fatto totalmente impazzire (nuovamente) nel decimo episodio finale. Una scelta incomprensibile visto l’evolversi di Ryan negli anni e in questa stagione ma che, peggiorando ulteriormente il tutto, reintroduce in questa puntata il filone narrativo principale del “Gregge del Grigio Pastore”, una scelta molto discutibile in quanto lo si poteva trattare con maggiore enfasi e dettaglio per tutto l’arco delle puntate, piuttosto che focalizzarsi per la maggior parte della durata su vicende che centravano ben poco con la storia. Fatto sta che il decimo episodio è interamente dedicato a un mistero di cui si pensava che gli autori si fossero dimenticati, con spiegazioni e sorprese giustificate narrativamente, ma non in fretta e furia all’interno di un season finale di soli venti minuti. Un finale che riesce a fare anche peggio riportando il personaggio di Ryan nella stessa situazione della prima puntata della prima stagione, denunciando una regressione del personaggio inconcepibile. Personaggio che aveva imparato a lottare la propria depressione, la propria pazzia e che riusciva finalmente a prendere decisioni di testa propria confrontandosi con le persone dicendo ciò che pensava. E che invece adesso ammette la propria pazzia, la propria incapacità nel lasciar andare via Wilfred e vivere una vita senza di lui. Ryan che chiarisce di volere Wilfred nella propria vita, ma stavolta in una maniera tale da concedergli il giusto spazio per potersi creare una “vita reale” – che è una soluzione che ci sta – ma la conversazione avviene in una maniera tale da lasciare presagire un futuro buio per Ryan: un futuro non lontano da Wilfred ma, soprattutto, un futuro non lontano dalla propria pazzia.

Commento:
Dal forte retrogusto amaro, se la quarta stagione di Wilfred non fosse l’ultima della serie sarebbe anche piacevole da guardare e con più di qualche spunto divertente ma, non essendo così, non si può che restare delusi dall’approccio che i sceneggiatori hanno avuto per portare a termine la storia di Ryan. Una stagione sconnessa, priva di una progressione coerente della storia principale e in cui, anzi, il finale mette in scena una regressione totale dell’intero show, dei personaggi e della storia che si fatica davvero a mandare giù.

Giudizio Finale:

Mediocre
5.8

Cast

8.8/10

Regia

6.5/10

Sceneggiatura

3.0/10

Montaggio

4.0/10

Colonna Sonora

6.5/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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