Recensione – C’era una volta a… Hollywood

Trama:
Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Cast:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Julia Butters, Dakota Fanning, Luke Perry, Al Pacino, Lorenza Izzo, Kurt Russell, Lena Dunham e altra mezza Hollywood.

Se un film, per essere compreso, “costringe” ad andarsi a leggere ogni singolo dettaglio della lavorazione, o ascoltare tutte le dichiarazioni possibili rilasciate dal regista, cast e dagli addetti ai lavori, si capisce facilmente come ci sia un problema piuttosto rilevante di fondo. Questo è ciò che avviene in C’era una volta a… Hollywood, un film girato divinamente, sfarzoso nella messinscena e nella sua riproduzione artistica degli anni sessanta, con un cast stellare che segue la minima indicazione del suo regista con rispetto e ammirazione, ma che non sa cosa vuole raccontare o, meglio, gira attorno a tutto questo mondo come se non avesse nulla da raccontare. C’era una volta a Hollywood è il nono (e forse ultimo) film di Quentin Tarantino dopo quattro anni di assenza dal divisorio The Hateful Eight. La storia è ambientata nella Los Angeles del 1969 e segue le vicende di Rick Dalton e Cliff Booth, rispettivamente un attore televisivo e la sua controfigura, intenti a compiere il “grande salto” a star del cinema dopo il successo di Rick alla fine degli anni cinquanta come protagonista della serie televisiva western Bounty Law, tutto questo sullo sfondo dei fatti legati alla famiglia Manson – un dettaglio da tenere bene in mente.

Il problema di C’era una volta a… Hollywood è però quello di dare tutto per scontato, come se lo spettatore fosse già a conoscenza della storia di quegli anni: di Sharon Tate, di Charles Manson e di tutta Hollywood di fine anni sessanta. Tarantino prende e dipinge un affresco fiabesco all’interno di un’atmosfera da favola, ma non fa mai – e neanche accenna a provarci – un tentativo nel dare un minimo di consistenza ad una storia e, soprattutto, una spiegazione ad un finale davvero per pochi. Il cinema non va spiegato, ci sta che al termine della visione uno sia suggestionato e portato a ragionare su ciò che ha appena visto, ma è anche vero che su alcune cose ci si deve arrivare e basta, senza appunto quella necessità di andarsi a leggere tutta la storia – in questo caso cronaca realmente accaduta – alla base della lavorazione del film. Perché se chi è a conoscenza del noto Eccidio di Cielo Drive, in cui persero la vita Sharon Tate e altre quattro persone, ne resterà comunque spiazzato, comprendendone tuttavia le intenzioni e questo significato intrinseco del “C’era una volta…”, chi non ha “un’infarinatura” di quegli eventi faticherà davvero a comprendere la pellicola. Emblematico di ciò è il personaggio di Charles Manson, fondamentale nella storia (reale) e in questa paura coltivata che trasuda con l’aura che si porta dietro, ma che comparendo per pochissimi minuti – per non dire secondi – senza un minimo di costruzione o presentazione, ne esce in maniera superficiale come un tizio qualunque che si avvicina all’abitazione di Sharon Tate tanto per, senza appunto far capire che ciò che accade, accade a causa sua. È come un grosso spartitraffico che va però a convergere nello stesso punto, in cui, chi conosce la storia vedrà il film con il “fastidio” perenne di attendere qualcosa che non arriverà mai; mentre chi, non ne è al corrente, si troverà dinnanzi a un film che non si capisce cosa voglia raccontare. Ed è un vero peccato.

È un peccato perché, come detto in apertura, C’era una volta a… Hollywood è un film dai valori produttivi pazzeschi. È il ritorno di Tarantino, di DiCaprio e di mezza Hollywood dopo anni d’assenza, e in sé la pellicola ricostruisce perfettamente il periodo storico con un lavoro stratificato, ambizioso in cui tutto ciò che compare a schermo è in sintonia con il contesto e con gli interpreti, valorizzati con il tratteggio che contraddistingue da sempre Tarantino. Difatti C’era una volta a… Hollywood, nonostante sia un film poco “Tarantiniano”, dà sfoggio, in più di qualche occasione, di quei tratti distintivi del regista statunitense: interpretazioni e valorizzazione del cast, soluzione registiche, direzione artistica e dialoghi così profondi e intimi che sono sempre il cuore delle sue opere. Anche quest’ultimo film non ne fa eccezione, non importa il minutaggio riservato a ciascuno di essi, ma il gremito cast della pellicola riesce a essere esaltato in tutti i suoi interpreti con un DiCaprio e Brad Pitt la cui bravura e chimica è davvero tanto divertente quanto commovente.

La pellicola dura un po’ troppo, indubbio, è il fattore della storia poco chiara ne azzoppa il ritmo rallentandolo ulteriormente ma, nonostante tutto, nonostante i tantissimi difetti, quando si tratta di mostrare e far interagire questi personaggi, all’interno poi di un contesto così colorato e “fiabesco”, si rimane estasiati da cosa riesce a tirare fuori. C’era una volta a… Hollywood, estraniandosi dalla storia in sé che, per l’appunto, divide, può essere vista come una grossa analogia della crisi di mezza età che Tarantino sta per certi attraversando come il personaggio di Rick Dalton. Un film in cui DiCaprio brilla per i lunghi monologhi bipolari, folli e strappalacrime, ma che sembrano scritti da Tarantino per Tarantino, il cui malessere per il momento che sta attraverso l’industria cinematografica, sempre più dominata da cinecomic e blockbuster, non è mai stato un mistero. C’è una sequenza – probabilmente il punto più alto della pellicola – in cui DiCaprio legge un libro western ricordando i tempi ormai passati. Questa scena è emblematica di ciò. Una grossa “lettera aperta” in cui Tarantino dichiara come non si trovi e senti al suo posto, circondato da un mondo che non gli appartiene più. “C’era una volta” dice il regista, che compone come un immenso collage di cinema passato rendendo omaggio a vecchi interpreti e maestri della settima arte, immaginando una storia con un finale diverso da quello che si conosce come a ricordare, malinconicamente, un modo di vivere Hollywood e di fare cinema, che non esiste più.

Commento:
Il cinema non va di certo spiegato, ma non dovrebbe neanche portare a doversi leggere informazioni e dettagli vari per essere compreso. È purtroppo questo il caso di C’era una volta a Hollywood, un film dal contesto storico pazzesco, ricco nella regia, nei dettagli e nei caratteristici dialoghi di Tarantino che regalano momenti struggenti e intensi, ma che va dimenticandosi di tutto il resto. È una dichiarazione d’amore per un mondo Hollywoodiano (e cinematografico) che non esiste più, cadendo peró sotto il peso della voglia di mostrare, a tutti i costi, il suo amore per quel momento storico e di quel modo di fare cinema. Dà tutto per scontato, come se tutti conoscessero già quella storia e quei personaggi, non preoccupandosi di scriverci sopra una sceneggiatura volta a creare una storia chiara e sostenibile autonomamente. Ne esce così qualcosa che non accontenta nessuno: chi conosce la storia, attenderà degli sviluppi che non accadranno mai; chi non la conosce, vedrà dei magnifici personaggi vagare senza meta. Rimane un’intima lettera d’amore per l’età dell’oro di Hollywood, piena zeppa di analogie e metafore toccanti e dolorose, ma da uno come Tarantino… era lecito aspettarsi molto altro.

Giudizio Finale:

Buono
7.5

Cast

9.8/10

Regia

8.4/10

Sceneggiatura

5.0/10

Montaggio

6.2/10

Colonna Sonora

8.2/10

Autore dell'articolo: Francesco Di Maria

Nato con una penna e una cinepresa in mano, non si sforza minimamente per rendere questa biografia un minimo interessante. Scribacchino per diletto. Nerd fino al midollo. Fotografo per passione. Mangiatore per vocazione. Da un po' di tempo alle prese con L'Inventario di Chicco.

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